La battaglia, anzi la guerra, è di quelle in cui non si fanno prigionieri. Lo scontro di civiltà si gioca essenzialmente sul terreno metapolitico e persino metastorico. E’ un durissimo confronto culturale in cui noi siamo Davide e il nemico è Golia.

Il posto più congeniale all’autore di queste righe è la trincea delle idee, della cultura, dei progetti, della polemica sui “massimi sistemi”. Con troppa indulgenza, c’è addirittura chi ci usa la parola intellettuale. Un vocabolo equivoco, una definizione strana, spuria. Aveva ragione Ezra Pound: amo le idee che diventano azioni.

Il difetto più grande dell’intellettualismo è la presbiopia: convinti di vedere più lontano, si trascura ciò che è vicino e concreto. Nessuna battaglia, nessuna kulturkampf può essere vinta se non guardiamo negli occhi il prossimo, se non siamo in sintonia con il nostro popolo. Le idee- anche le più grandi, anche le più nobili, quelle che portiamo nel cuore- non faranno un passo se non sapremo veicolarle con il linguaggio della nostra gente, con le mani sudate della fatica di ogni giorno.

Per questo, oltre la metapolitica, o insieme con essa, c’è la politica. Noi non vogliamo solo testimoniare, o riaffermare quella che una volta si chiamava “la buona battaglia”. Vogliamo, dobbiamo vincere, dunque sporcarci le mani. Noi non “scendiamo in campo”, perché dal campo non ci siamo mai allontanati. Dobbiamo accompagnare il progetto, le idee, il pensiero che ci anima, con le gambe degli uomini, della gente nostra che vive e veste panni.

Occorre tornare in politica. Chi, se non noi stessi, può tentare l’impresa di rovesciare il tavolo, formare la prima trincea, la prima “linea del fronte “per cambiare il mondo? Quindi, bando agli indugi, bando all’intellettualismo schizzinoso e via alla nuova avventura del Fronte. Le probabilità di vittoria sono scarse.

Forse serve un miracolo, ma non siamo, noi, gente abituata a cedere o ad abbandonare la lotta, nemmeno per i confortevoli sentieri di qualche soddisfazione nell’ambito culturale. La sorte ci costringe a diventare “da bosco e da riviera”. Come Guglielmo il Taciturno, sappiamo da tutta la vita che non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare. Contro corrente, una volta di più, persevereremo. Alla peggio, avremo testimoniato la verità e la civiltà. Alla meglio, avremo vinto e cambiato il mondo.

Il vecchio Ezra ingiungeva di strappare dal cuore la vanità. “Strappa da te la vanità, avido di distruggere, avaro di carità. Strappa da te la vanità, ti dico strappala. Ma avere fatto in luogo di non avere fatto questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato perché un Blunt aprisse, aver raccolto dal vento una tradizione viva o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata, questa non è vanità. Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.”( Canti Pisani)

E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago o è più facile vincere la battaglia a cui ci accingiamo? Persero i Trecento alle Termopili, ma salvarono la civiltà europea. A noi non si chiede tanto: solo meno pigrizia, meno vanità, meno esitazione.

Non so se passeremo dalla cruna dell’ago; so che dobbiamo provarci.

Di staff